Quel sottile masochismo femminile

Piccoli grandi episodi di vita vissuta, da me medesima o da amiche sull’orlo di una crisi di nervi.

Esserne le protagoniste, assistervi inerti o semplicemente ascoltarne i racconti può provocare effetti collaterali quali orticaria, senso di fastidio, balbuzie, moti interni di ribellione, annebbiamento della vista. Il proattivo distacco da alcuni cliché raramente menzogneri [non sia mai funzionasse] è il nostro presidio medico-chirurgico.

N.B.[MiRaccomandoTuttoD’unFiato] Leggere attentamente il foglietto illustrativo, non somministrare al di sotto dei 27 anni [non capirebbero]; se il problema persiste, consultare lo psicologo [ma uno bravo eh].

Ecco esempi lampanti delle nostre pulsioni autodistruttive:

  1. Dire di no in alcune situazioni, anche se vorremmo dire di sì.

Perché, di grazia? Forse abbiamo ascendenze indiane che ci fanno scuotere la testa da sinistra a destra anche quando intendiamo annuire? E non mi riferisco solo a quando dentro di noi fuma tutto, il nostro viso è una maschera e ci sta per partire un embolo ma pronunciamo il classico «Niente, non ho niente», lapidario.

Intendo anche situazioni che ci piacciono assai, in cui ci comportiamo da esponenti apicali del PMA (Partito Mondiale Autolesionisti). Un esempio per tutti: occhi negli occhi, lingua nella lingua, peli del corpo dritti per l’eccitazione, un fuoco dentro che potrebbe scaldare i barboni di mezza America e un «No, meglio di no», pronunciato a mezz’aria non si sa bene per quale ragione. Ci avranno anche spiegato sin da ragazzine che bisogna aspettare almeno qualche appuntamento, ma – ricordate – qualsiasi regola soffre eccezioni.

Naturalezza e istinto, non dico sempre, sono cosa buona e giusta. La vita è una, viviamola [almeno quando ne vale proprio la pena].

2. Non riuscire a dire di no, per gentilezza, carineria o stupidità.

«Cara, mi faresti un piacere? Sono inguaiato/a. La puoi lavorare tu questa pratica? Scade oggi» [Che cooosa? Io sono due giorni che schiumo perché venerdì devo uscire prima, andare al dentista, tornare a casa, fare la valigia e partire per il mare in grazia di Dio. Chi se ne fotte del tuo fascicolo, potevi evitare di stare due ore al telefono e di andare a prendere il caffè con chiunque si palesasse all’orizzonte] «Okay, se è una roba veloce passamela subito che ci provo». E, naturalmente, fai tardi per la tua finta odiosa condiscendenza.

O Arte della Schiettezza, palesati se davvero esisti, scendi su di noi e salvaci.

→ Sì è vero, fa molto poco geisha, quelle che ce l’hanno innata vengono tacciate di assomigliare a scaricatori di porto. Ma lasciare qualche volta che la sincerità prevalga vuol dire non permettere che gli affannosi incastri della quotidianità diventino una complicatissima partita a Tetris. Siamo già esaurite senza bisogno di sovrastimoli esterni.

ballerine

In foto sfilza di meravigliose ballerine. Ballerina = nota calzatura anti-sesso per qualsiasi uomo degno di tale nome e, dunque, simbolo esteriore del masochismo femminile. Per me rimangono comunque stilosissime [sono senza speranza]

3.       Ubriacarsi a morte e scrivere messaggi-fiume di cui vergognarsi il giorno dopo.

Se hai superato i 30 e stai passando un brutto periodo con il tuo Lui oppure il tuo Lui non esiste [ndr. è evaporato per ragioni varie o non ti ha mai preso in considerazione], fai bene a ubriacarti se può farti stare meglio. Ma, appunto, se può farti stare meglio. Se invece sei di quelle che, anziché sfogarti/ vomitare/ ridere, si mettono a scrivere messaggi strappalacrime e togli-dignità, lascia perdere. Il negroni non è roba per te (un negrone, invece, potrebbe essere la soluzione giusta).

→ Dignità, amica mia, dignità prima di tutto. Sei una donna ormai. Capisco che la rinuncia all’alcool è chiedere troppo in certi momenti, ma allora come minimo devi dotarti di compagnia sequestra-cellulare in queste occasioni. MEMENTO.

4. Chiedere al tuo lui se sei ingrassata, quando conosci benissimo la risposta.

Che naturalmente è affermativa. Fino a oggi Trangugio&Divoro avrebbe potuto essere il tuo nickname: hai fagocitato tutto quello che ti è capitato a tiro, con preferenza verso cibo spazzatura; hai tracannato litri di coca ghiacciata e fresco vino bianco [perché sennò che vita è] e ora – davanti allo specchio in costume – ti viene da piangere. Allora cerchi conforto nel povero malcapitato di fianco, sperando in una colossale bugia.

→ Eh no, non funziona così. Anziché trascinare anche lui in questo teatrino, tanta frutta e scarpette da ginnastica. Go, Forrest, Go. Non sei né la prima né l’ultima, ce la si può fare.

5. Perseverare con la ceretta inguinale totale.

Pratica primordiale, dolorosa e mai risolutiva. Estirpazione di peli infami e particolarmente affezionati da zona privé per pochi intimi, se non esclusiva di uno solo. Nonostante le urla soffocate e i “E’ l’ultima volta, che male boia“, dopo pochi giorni i tizi si ripresentano – per di più in versione incarnita – come se non li avessi cacciati in malo modo. E tu maledici il giorno di essere nata donna.

→ esiste l’epilazione laser, sappiamolo. Risparmiamo giorno dopo giorno, ma liberiamoci da questa iattura. Il progresso serve anche a questo.

L’elenco potrebbe continuare ancora e ancora, ma questa è solo la prima puntata della saga.

Donne [è arrivato l’arrotino e l’ombrellaio], mitiche compagne del sufrimiento a ogni costo, siamo pronte a sconfiggere ‘sti benedetti demoni?

Non c’è tempo da perdere per la felicità.

L’altro giorno avevo scritto un post minchionissimo.

Poi non l’ho pubblicato perché è accaduto quel brutto incidente in Puglia e mi è sembrato molto fuori luogo. Ero troppo triste. Pensavo a quella mamma che fa da scudo alla figlia, al papà che il giorno dopo avrebbe accompagnato orgoglioso la sua bimba all’altare, agli studenti universitari di rientro a casa, a quel povero capo stazione che diventerà il capro espiatorio di tutto.

Allora ho programmato l’articolo in modo che si auto-pubblicasse stamane, ma poi ieri sera c’è stata Nizza, quel folle attacco mentre tutti festeggiavano, in vacanza, tra palloncini, luci sul mare e musica di sottofondo. Ancora, l’ho sentito fuori luogo e posticipato a data da destinarsi. Ho guardato le immagini di quei corpi coperti, della bambola a brandelli sul ciglio della strada, dei festoni a terra e le lacrime dei sopravvissuti. Sono troppo sgomenta. In verità ho anche un po’ paura, non solo per me o i miei cari. Per questo mondo che non comprendo.

Sento il silenzio che mi rimbomba dentro, come quando sei in piscina sott’acqua. E’ talmente assordante da sembrare surreale. Penso:

se succedesse a me di morire oggi?

Ogni storia è perfettibile, certo, ma mi domando se almeno la mia stia andando nella direzione giusta. Perché la direzione è fondamentale, il destino può essere orientato. Sto facendo tutto quello che è in mio potere per raggiungere l’armonia?

La MIA armonia, la mia felicità personale. Non quella che la società si aspetta da me.

come-vivere-felici-senza-lavoro

Sto dando un senso a questi giorni, mesi, anni che scivolano via?

In realtà non lo so, ma questo blog mi sta aiutando. A interrogarmi, a conoscere altre storie, punti di vista, quesiti pregni di senso, risposte inaspettate. E se allora scrivere mi serve per capire o anche solo per stare meglio, è già un primo passo.

Perché non c’è tempo da perdere.

Anche questo ci hanno insegnato i fatti di questi giorni.

N.B. Nel frattempo c’è stato anche il Golpe in Turchia. Le mie parole non hanno suono, dissolte chissà dove.

 

 

 

L’ESTATE ADDOSSO (cit.)

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Non è un clown. Non è neanche la gattara de La Sapienza.

Sono io, felicemente io, d’estate. Misurata, sobria, istituzionale. Come la mia prestigiosa azienda richiede.

Lo so che sto in fissa con le stagioni (qui la mia primavera a cacchio di cane). L’effetto dirompente dell’esplosione di luce, suoni e immagini mi rapisce, persino in dettagli urbani:

-l’arancione di uno spritz sotto una veranda di foglie verdi,

-lo scintillio degli occhi di chi ha la valigia in mano,

-la musica a tutto volume degli operai che fanno i lavori,

-i piedi dei turisti a mollo nelle fontane della città.

colori, li adoro. Se potessi andrei in giro sempre vestita FLUO come i peggiori coatti a Ibiza [quando andai, infatti, mi sentii a mio agio. Mi casa es tu casa]; mi piacerebbe indossare l’arcobaleno ogni santo dì. Famose le prese in giro alla specializzazione per sobrietà di vesti e accessori; alla veneranda età di 25 anni possedevo un astuccio ocra, verde acido e arancione con giganti pupazzi stilizzati che tiravo fuori a ogni occasione – anche davanti al Papa – con orgoglio mio e sommo divertimento/sgomento altrui.

Soprattutto amo la vita a colori. Al posto della ns Virgi appalterei i muri grigi delle periferie romane ai migliori artisti di strada e ne farei un museo a cielo aperto; sui tetti degli orrendi palazzoni anni ’70 giardini curati dai condomini, orti e società ricreative. Mi piacciono le tinte cubane, La Boca argentina, il bianco-blu greco unito alla bounganville fucsia, i giardini giapponesi, le aurore boreali e la cromoterapia [ahuahuahua, scherzo sulla cromoterapia]. Prediligo le foto con il verde acqua, il rosso fragola, il giallo miele al classicissimo universale bianco e nero. La verità alla finzione.

Adoro questa stagione perché IO MI SENTO L’ESTATE ADDOSSO. Nonostante il sonno e la pressione a 1, una moltitudine di piccoli uomini dotati di bongo e ugola vibrante sta portando avanti un party senza fine nella bocca del mio stomaco. La mia voce squillante e la risata inconfondibile [non mi abbandonano mai. Chiamansi marchio di fabbrica] arrivano fino all’altra parte del corridoio, perforano i timpani di chi mi parla al telefono.

Una volta un collega che mi vuole bene mi disse: «Tiffany [d’ora in poi il mio nome – argh, questa questione dell’anonimato si sta facendo complicata], sei troppo allegra. Qui si prendono tutti tremendamente sul serio; smettila di sorridere per tutto, penseranno che sei stupida».

E già lì ebbi la certezza di essere nel posto sbagliato. Non è colpa mia, per me io già mi sto contenendo in tutti i modi. Che ci posso fare se il sole brilla alto nel cielo e il mio corpo è “elettricità” [chi riconosce la citazione ha la mia stima]?

E chiudo con un’altra domanda: secondo voi è un caso che questo post sia venuto giù come una valanga di venerdì?