Quelle passioni travolgenti a tempo determinato

No mi spiace, non mi sto riferendo a quello che pensate voi. Ma oramai tanto vale continuare a leggere.

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Sto parlando di questo.

Sto parlando di quei tizi assurdi – tra cui Dr. ❤️ – che si tuffano nella passione del momento senza conoscere respiro o distrazione alcuna, neanche avessero Belen davanti con la farfallina in bella vista. Salvo poi, arrivati al punto di saturazione, gettare via il tanto amato giocattolo, resettare il cervello come robot di ultima generazione e tornare vergini. Pronti per una nuova ed esilarante avventura.

Al di là del fatto che mi sembra tutto very very nerd, io questi qui li invidio. Alla fine della fiera sanno un sacco di cose, diventano dei super specialisti del campo per un breve lasso temporale della loro vita. E tu che ti ci relazioni ti senti sí più normale, ma anche molto ignorante.

Noi abbiamo passato, in ordine sparso e non esaustivo, i periodi:

  • pesca
  • tiro al volo
  • carbonara perfetta [meno male che é finito altrimenti non stavo qui a raccontarvelo]
  • astronomia
  • film e mostre di guerra [meglio se sul Vietnam, ma anche il caro e vecchio Hitler ci stava bene]
  • mercato immobiliare
  • fotografia
  • Boris la serie
  • Fiat [&Sergione I love you]
  • camorra in tutte le sue forme e manifestazioni
  • letture solo e rigorosamente di fisica.

Ora é il momento Pif [sí, il regista-presentatore], qui si passa le serate a vedere a ripetizione tutte le stagioni de Il testimone, a conoscere la vita, informarsi sul suo ultimo film. Ma già si preannuncia un cambio di era, si sente nell’aria questa nuova brezza che tira. Credo che a breve sarà il turno della COLTURA DELLE NOCCIOLE [……].

E allora ridatemi Pif, vi prego.

In tutto questo che penso io che ci vivo, convivo, condivido la vita?

A me, speriamo che non mi rottama.

 

L’avarizia

Seconda puntata del viaggio in compagnia con Romolo lungo i sette vizi capitali. Oggi vi diciamo la nostra sul vizio di Paperon de Paperoni (ma mica solo lui!)

Lui. Nessuno dirà mai di essere avaro. L’avarizia fa proprio brutto! Forse neanche a noi stessi ammettiamo questo vizio. E’ un po’ come togliersi le caccole dal naso…dai, non si fa! Poi magari in bagno mentre nessuno vede o al semaforo quando siamo distratti. E poi ci ritroviamo lì, con questa roba fra le dita che non sappiamo bene dove mettere (ma sul serio qualcuno la mangia? Dai, no, non ci credo). Ecco, l’avarizia è un po’ così. Nessuno la confessa o la approva, ma poi a volte succede che quando nessuno ti vede o anche solo per distrazione, se siamo onesti con noi stessi, dobbiamo riconoscere che in quella situazione non siamo proprio stati splendidi. Che avremmo potuto fare o dare di più e meglio.

Lei. Giusto. Anche se devo confessare che nella realtà fenomenica da me sperimentata posso riscontrare tendenzialmente 3 figure: (il bello, il brutto e il cattivo. No!) il generoso, il neutro e il tirchio. I generosi – inutile a dirlo – sono persone rare e meravigliose, a cui non si può non volere bene; generalmente si vestono di un sorriso che prende tutto il viso fin su agli occhi e di una carezza di moneta sonante dispensatrice di caffè, regali e felicità. Categoria: non plus ultra. Poi ci sono quelli come me, neutri, senza infamia e senza lode. Non hanno particolari slanci di prodigalità nei confronti del prossimo, ma “sanno fare il loro”, che nella loro ottica corrisponde al giusto: oggi tocca a me, domani a te, è il compleanno offro da bere a tutti, siamo in ferie spendiamo e ci godiamo la vita, dobbiamo comprare casa tagliamo il superfluo e le elargizioni non dovute. Categoria: anonimato puro. E infine ci sono gli avari, gli spilorci, i cc.dd. micragnosi; popolazione – ahimé – altrettanto ben nutrita. Quelli che… quando è ora di pagare il conto si alzano per andare in bagno; quando si anticipa per un regalo non ti ridanno mai i soldi; quando si trovano spalle al muro soffrono in modo corporeo, manifestano sudori freddi, viso pietrificato e movimenti al rallentatore. Categoria: non tollerabile (preferisco le caccole al naso di cui sopra).

Lui. Però davanti agli altri nessuno lo ammetterà, anzi dichiarerà sotto giuramento di essere la persona più generosa del mondo. Tutt’al più diranno di essere oculati. E questa secondo me è una cartina da tornasole per scoprire l’avarizia. Quelli che godono a raccontarti di quanto hanno pagato poco quella cosa, di come hanno risparmiato in quell’altra, di come si spende poco in quel ristorante o in quel negozio, sta tranquillo che hanno qualche problema di avarizia. Che poi la cosa non si ferma certo alle cose. Anzi! Ci sono persone che non hanno proprio il concetto di proprietà, perché troppo poveri o troppo ricchi, ma sono comunque vittime dell’avarizia dei sentimenti. Quelli che non riescono a dare e darsi agli altri, per timore di perdere qualcosa. E di nuovo ecco la paura, che penso sarà una costante in questi sette capitoli. L’avaro ha paura di perdere qualcosa di suo e allora ammassa e mette da parte per i periodi di siccità. Così però non si gode quei beni che tanto vorrebbe preservare. Non coglie l’attimo, tranne poi pentirsene quando forse diventa troppo tardi.

Lei. Ecco, se guardiamo queste tipologie nella loro interrelazione dinamica succede una cosa strana:

  • il neutro prova un fastidio fisico nei confronti dell’avaro (va contro il suo senso di giustizia) e una sorta di venerazione verso il munifico (dona con naturalezza e senza aspettative);
  • il generoso si relaziona bene con l’intermedio e tollera con rassegnazione lo spilorcio. È un inguaribile personaggio positivo;
  • l’avaro è convinto che siano entrambi stupidi: l’uno combatte contro i mulini a vento, l’altro si fa fregare senza dignità.

Ora ditemi: non è che ha ragione Romolo.. hanno davvero solo a che fare con il vile denaro?

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Ma quanto é bello il venerdì sera?

Già, quanto é bello?!

Elementare, Watson. Ba-na-le.

Ok, va bene.

…ma quanto é bello il venerdì sera?

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Quella sensazione di poter spaccare il mondo solo perché si hanno a disposizione ben due giorni pieni pieni. Ché se non si ha nulla di programmato, anche meglio. Le infinite scelte tutte possibili [non è importante che alla fine si faccia qualcosa veramente; contano le intenzioni].

E non interessa che sia il week end del cambio di stagione o che hai promesso di andare a trovare la zia della cugina della nuora della tua amica, hey ragazzi é venerdì. Stasera hai il vento in poppa e la serenità di un avvenire migliore [ndr i prossimi 2 giorni, appunto].

Stanno per suonare al citofono i tuoi amici, quelli che vorresti strizzare forte quando li incontri o almeno stringerli qualche minuto per avvantaggiarti di tutti i giorni che non li vedrai. Stasera si festeggia, c’è un nuovo arrivo nel gruppo, nell’aria gioia e consapevolezza che si sta aprendo un nuovo ciclo [e la certezza che Giuseppe si nutrirà di pizza, fritti e rutto libero. D’altronde é venerdì anche per lui. Deve capire subito i capisaldi della vita].

Do da mangiare ai pesci, metto il pigiama con l’ippopotamo al mio piccolo Tempesta [d’ora in poi il suo nome, Copyright di mio cognato], accendo le luci soffuse.

Massive Attack. Coldplay. Pearl Jam.

Quasi quasi metto il vino rosso a decantare, anche se con la pizza fa pena. Il vino rosso per me sta bene con tutto, specie con questa sensazione che mi piace tanto. It’s Friday, I’m in love.

Dlin Dlon. Eccoli!

… ma quanto é bello il venerdì sera?

 

 

La Superbia

Lui.E’ difficile essere modesti quando si è il migliore”. Questa scritta era una delle tante stronzate massime che facevano bella mostra di sé nella Tolfa che usavo al liceo come zaino per portare i libri (praticamente un ossimoro, una contraddizione in termini: già solo il libro di letteratura era più grosso della Tolfa e quindi eri costretto ad arrangiarti con cinte ed elastici, neanche l’ultimo degli sfollati, ma non divaghiamo). Certamente la modestia non è mai stato il mio forte. Che uno poi dovesse fermarsi a riflettere potrebbe dire “ma che c’hai da essere tanto orgoglioso? Sei alto un cazzo e mezzo, porti gli occhiali, hai le orecchie a sventola, sei stonato come una campana, con le lingue straniere sei un disastro, non sai nuotare, hai un fisico da lanciatore di coriandoli, sei distratto, metereopatico, ipocondriaco, soffri di colite, ti dimentichi tutto, ti basta uno spiffero d’aria per raffreddarti. Insomma, ammettiamolo, sei un mezzo disastro”. In compenso però sono molto simpatico!

Lei. Un solo episodio per descrivere il mio rapporto con la superbia. Giorno dei quadri, ultimo anno di liceo classico. Tiffany ha preso il massimo e, felice, va a fare shopping con sua madre; ad attenderla c’è un’estate piena di rocambolesche avventure. Incontra nel tragitto 3 sue amiche di un’altra scuola, che subito le chiedono come sia andata. Tiffany, in preda al panico, risponde trafelata e anche un po’ a bassa voce: “96”. Sua madre, basita, la fissa con lo sguardo di Figlia mia, ma tu che problema hai? Effettivamente quella cojona che lei aveva partorito con dolore si è appena abbassata il voto per non far sembrare che…

Lui. La capacità di vedere il lato positivo delle cose, l’abilità a saper vendere bene quelle poche o tante qualità, questo forse è la base su cui nasce la mia presunzione. Che poi, come ho già scritto altrove, forse già l’aver aperto un blog, l’idea di avere qualcosa di interessante da scrivere, è già di per sé un bell’indizio di superbia. A chi mai dovrebbe interessare quello che mi frulla per la mente? D’altra parte, a mia parziale discolpa, debbo dire che senza un pizzico di presunzione, ognuno se ne starebbe per i fatti propri, senza dire, né dare, niente al prossimo. E forse neanche così andrebbe bene. Che poi, nonostante la riconosci guardandoti allo specchio (o forse proprio per questo), la superbia è uno di quei difetti più odiosi quando la ritrovi negli altri. Niente di peggio dei palloni gonfiati, di chi si incensa e si autocelebra, sbrodolando meriti e medaglie più o meno autentiche! La cartina di tornasole, secondo me, è l’ironia. Se non si è capaci di ridere di se stessi, si rischia di far ridere gli altri (molto spesso, senza volerlo e senza accorgersene).

Lei. Esiste il problema opposto, che è parimenti un vizio capitale oltre che un enorme handicap. Tutto quello che si fa viene posto ad una continua ed estenuante prova di resistenza e di discredito che fiaccherebbero e farebbero perdere l’entusiasmo persino al ricercatore che ha appena scoperto la cura al cancro. Gli umili-per-forza non solo non si gonfiano fino a esplodere, ma si fanno piccoli piccoli fino a scomparire perché l’obiettivo è galleggiare nella massa, confondersi tra la folla. Salvo poi incazzarsi come tori svizzeri quando i loro meriti – che hanno provveduto prontamente a nascondere in uno scrigno dorato nella fantomatica isola del tesoro – molto ingiustamente non vengono “cercati” da un cacchio di nessuno.

Lui. Diciamo allora che bisognerebbe essere onesti. Con gli altri e con se stessi. Non abbandonarsi alle lamentele e alle paure dell’umiltà e della modestia esagerate (anche quelle sono belle fastidiose!) e neanche credersi chissà chi. Alla fine, paradossalmente, sia chi si crede troppo, sia chi si crede troppo poco, forse ha semplicemente paura di essere quello che è. Ma invece siamo così come siamo, naturalmente belli (!). Manteniamo i piedi per terra. E lo sguardo però sempre bello dritto verso il cielo!

Lei. Non me ne vogliate, dunque, se quando incontro un superbo [generalmente uomo. Ahi, la diversità di genere, il maschio crede in se stesso quasi sempre] ne rimango rapita: quanta ammirazione per la fiducia a volte anche immeritata che quell’individuo ripone su di sé!!! Cari tracotanti, non sarete tanto simpatici ma vi prego fatevi avanti, ché noi modesti-senza-senso abbiamo tanto, tanto da imparare.

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Si – può – fare! Ovvero la nuova avventura di Tiffany e Romolo

Lui. La cosa è nata così. Lei ha detto, “perché noi due non proviamo a…” ed io ho risposto “e perché no”. Allora lei ha detto “ma come facciamo a…” allora ho risposto “lo famo strano!” Su per giù l’idea di scrivere qualcosa a 4 mani con Tiffany è nata così. E come per le camminate in montagna, dovendo affrontare una erta cima, abbiamo pensato che fare il cammino in due offriva indubbi vantaggi: ci si dà una mano nei momenti di difficoltà, ci si sprona a vicenda quando il sentiero sembra troppo arduo, si cerca di andare avanti se non altro per non far rimanere indietro l’altro. Passando ad una metafora canterina e musicale, non abbiamo provato a suonare due strumenti diversi, ma lo stesso strumento a quattro mani, per dare ognuno il suo tocco, il calibro, l’espressione, cercando di trovare nuove variazioni dello stesso tema. Oppure come in una canzone a due voci: certo a volte diventa complicato il raggiungimento di un equilibrio sonoro, ma quando le due voci si armonizzano nella loro diversità, riescono ad esprimere melodie irraggiungibili da una voce sola.

Lei: Romolo, come sei romantico con queste immagini, non si direbbe quasi che sei un esimio esponente dei “cazzeggi semi-seri da tempo libero”! L’idea del «Ma esistono post a 4 mani?» mi ha subito garbato parecchio; anzi, la verità è che mi ha gasato proprio. Buttato lì, inatteso, subito colto. Un’occasione che sembrava passare per caso fischiettante, quasi cercasse di essere intercettata da qualcuno; era lì per colorare un poco le monadi di WordPress, chiedeva di dare un vestito diverso a un’avventura che si stava già rivelando assai ricca. Due persone, tante esperienze, la stessa melodia, diversi punti di vista. Venere e Marte: a confronto, a conforto, a supporto.

Lui: Il tema che abbiamo scelto sono i sette vizi capitali: Superbia, Avarizia, Lussuria, Invidia, Gola, Ira e Accidia. Li racconteremo dai nostri punti di vista, cercando di sottolineare come li viviamo e come li vediamo, come li affrontiamo e come ci arrendiamo a loro. Perché parlare di vizi e non di virtù? In fondo sono 7 anche quelle. Perché da qualcosa dovevamo pur cominciare. E poi soprattutto perché entrambi siamo convinti che mentre di questi nessuno ne parla e molti li esercitano, di quelle altre molti ne parlano, ma sarebbe senz’altro preferibile praticarle!

Lei: E poi altresì perché siamo entrambi convinti che.. parlare di vizi, anziché di virtù, non è molto più divertente?  Non è vero forse che preferiamo un po’ tutti L’inferno dantesco al Paradiso? Ecco saggiata sin da subito la seconda chiave di lettura della stessa medaglia! Speriamo solo di non tediarvi troppo.

Bimbo urbano regala sorrisi

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Il mio bambino è un tipo educato.

Saluta le piante nell’androne del palazzo, tutti gli animali che incrociamo per strada [comprese le formiche eh], i fiori al parco, gli altri bimbi in passeggino e i vecchietti che chiedono l’elemosina. Un TAAAOOO non si nega a nessuno.

Il suo interesse non si ferma agli esseri animati: flora, fauna, specie umana, no. Ha una passione per la qualunque, riesce a stupirsi di tutto.

D’altronde sta scoprendo il mondo, giusto? Ed è tanto vero che forse forse Quando i bambini fanno Oooooh di Povia non era poi tanto male [succede. Il solito harakiri in bagno genuflessa, ma succede. L’importante è che poi passi].

Quello che però ti sconvolge proprio è l’entusiasmo senza freni per i mezzi di trasporto metropolitani [ahuahuah, scusate, è stato più forte di me]. Cioè.. quei cacchio di esseri inanimati, enormi, scassati e puzzolenti, tanto vituperati e da tutti temuti/odiati possono essere l’oggetto dei desideri di qualcuno??

Vi do una notizia: ebbene sì.

Che poi se ci pensiamo bene non è neanche così strano. Sono dei super COSI. Occupano un sacco di spazio, fanno anche tanto rumore, sono pieni zeppi, persone di ogni stazza e colore stipate tutte insieme e capita sempre qualche avventura da ricordare se ci sali sopra. Per un cucciolo di uomo è come fare un giro gratis alle giostre.

Il suo preferito in assoluto è il TRAM. Se malauguratamente ti trovi a passare per via Regina Margherita [lì sicuro ne becchi almeno uno], è finita. Ti devi fermare. E rimanere lì finché non passano tutti, uno dopo l’altro.

E lui si agita, si gira con gli occhi strabuzzati come per dirmi “Guarda mamma, ma hai visto che meraviglia è questa? Ti rendi conto di che cosa esiste nel mondo?”, lo indica, si dimena per strapparsi di dosso quei passanti che lo imprigionano nel passeggino e poi si rassegna con un TAAAAOOOO urlato con quanto fiato ha in gola e accompagnato da quella manina nell’aria a mo’ Regina Elisabetta.

Ed è in quel momento che – statene pur certi – riesce a strappare un sorriso a 38 denti ad almeno un abitante del mezzo pubblico, che probabilmente è in giro da almeno mezz’ora su quel trabiccolo ed è già stanco ancora prima di iniziare. Ha regalato un raggio di sole.

Ed è sempre lì che pensi: ce ne vorrebbero di Bimbi Urbani!

(immagine tratta da http://www.dreamstime.com)

Frammenti di una vita fa.

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Lavorare, lavorare veramente. Concentrata, attivando tutti i neuroni a disposizione, senza guardare l’orologio. Senza l’ansia di doversi precipitare a fare cose da mamma, da moglie, da amica.

Avere come unico mondo materiale a disposizione il trolley, quale prolungamento di te stessa; due natiche su un aereo l’unica certezza.

Cenare con una banana e dei cracker integrali e pensare che é meraviglioso.

Perdersi nei vicoli. Immaginare storie, dei passanti, dei ponti; sentirle, quasi fossi certa che sono accadute. Subire il fascino dei luoghi.

Spiare cosa mangiano gli altri clienti a colazione.

Truccarsi e mettere il tacco 12. Sentire lo sguardo degli uomini su di sé.

Distendersi a 4 di spade su un letto di albergo di lusso in una città prima di quel momento sconosciuta.

Fissare il soffitto bianco in contemplazione come fosse un cielo stellato.

Sentirsi soli, a tratti. Provare malinconia. Ricevere piacere dallo sguazzarci dentro.

Essere un animale selvatico. Libero.

Una trasferta inaspettata. I Piccoli momenti di felicità che avevo dimenticato. L’altra me che riaffiora e sorride in modo impercettibile, appagata.

Ogni tanto tocca darle ascolto.